n. di repertorio SIAE 0001863

 

“L’ESPRESSO”

Si avvicinava la fine del secondo millennio, l’atmosfera era satura di gas nocivi, la gente moriva di cancro ai polmoni.

Il sindaco della metropoli in cui vivevo, preso da un impeto di ambientalismo, emise un’ordinanza che stabiliva l’obbligo al fermo forzato di tutte le autovetture private, assicurando alla cittadinanza un servizio di trasporto pubblico “Espresso”.

Era una serata d’inverno buia e piovosa.

Il mattino seguente si presentava come la sera che aveva preceduto la notte antecedente il mattino.

Uscii di casa dopo aver recuperato tutte le cose necessarie che mi portavo dietro tutte le mattine prima di recarmi sul posto di lavoro. Distante da casa mia 17 chilometri.  17 chilometri d’inferno, perché li coprivo tutti all’interno dell’area metropolitana, e, perciò smog a pieni polmoni, stress e panico da traffico.

Appena fuori della porta di casa, la realtà si presentava normale, l’ascensore era guasto. Non era un problema a scendere, ma era un problema di tempo, erano minuti preziosi per non perdere l’appuntamento con “l’Espresso”,, comunque non mi disperai più di tanto, perché “l’Espresso”, con la sua velocità e il suo percorso protetto, senza intralci, avrebbe recuperato quei minuti perduti.

Mi trovai in istrada e mi diressi verso la fermata, l’unica nel raggio di un chilometro, e sì, perché “l’Espresso” era veloce e non poteva fare troppe fermate. Da casa mia distava ottocentosettantotto metri.

Con l’ombrello e ben bardato, con il passo accelerato, tipo maratoneta di New York, iniziai a macinare metro su metro voltandomi spesso per avvistare “l’Espresso”.

Ad un certo metro distante dal traguardo degli ottocentosettantotto, avvistai in lontananza la sagoma roboante “dell’Espresso”, era una vettura lunga diciotto metri autoarticolato, con il motore alloggiato nella parte posteriore del rimorchio, che emetteva dalla sua marmitta fumate nere e grigie, rumorosissimo specialmente quando sfrecciava veloce.

Affrettai ulteriormente il passo, il battito cardiaco, alle ore 06,40 di un mattino freddo e piovoso, pulsava come una locomotiva, bruciando tutte quelle poche energie assenti dall’organismo ancora digiuno.

“L’Espresso” invece bruciava il percorso, e per non essere da meno, io pure, a pochi metri dal traguardo sentivo il suo puzzo di nafta bruciata bene e male nel naso, ma ormai ero giunto alla meta.

Tutto trafelato mi appoggiai alla tabella con su scritto fermata.  Il mio ombrello, nonostante che piovesse, grazie al pompare del mio cuore che aveva bruciato tante misere energie, era asciutto.

Comunque ero arrivato alla fermata, stanco, ma soddisfatto di poter prendere “l’Espresso” che per quanto era un “Espresso” veloce non feci in tempo a salire che era già ripartito.

Dovetti ritornare indietro sulla distanza di ottocentosettantotto metri, prendere la mia autovettura, beccare una multa per non aver rispettato l’ordinanza del sindaco, arrivare tardi sul posto di lavoro, ricevere un addebito economico dal datore di lavoro per il ritardo, guadagnare in una giornata di lavoro centomilalire per pagarne cinquecentomila.

Eravamo alla fine del secondo millennio.

Pietro Cristini